Il valore.

Il valore è lavoro socialmente necessario.

Già da molti anni, anche a seguito delle analisi contenute nel libro di Piero Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci, si afferma il “superamento” o la non validità della legge del valore. Senza entrare nei dettagli del lungo dibattito sulla legge del valore, si deve comunque chiarire cos’è il valore, perché il processo di produzione capitalistico è un processo di valorizzazione, di creazione di valore.

Nel Capitale Marx inizia dall’analisi della merce per chiarire cosa è il valore. La merce è prodotta ai fini dello scambio, essa si presenta come unità di valore d’uso e di valore di scambio. Ma perché due merci possano scambiarsi devono avere qualcosa che li accomuna, che li rende equiparabili. Esse sono valore, hanno sostanza di valore. Se limitiamo l’analisi al valore di scambio abbiamo a che fare solo con delle quantità, con dei numeri relativi con cui misurare le ragioni di scambio delle merci. Ma se si approfondisce l’analisi si vede che alla base del valore di scambio, alla base della grandezza di valore, vi è il presentarsi del valore d’uso come valore, vi è la sostanza di valore.

Perché mai è importante distinguere tra grandezza di valore e sostanza di valore? Se ci si limita alla grandezza di valore si dà per scontato, per non problematico, che i valori d’uso, i prodotti del lavoro, si trasformino in merci, diventino valori di scambio. Il concetto di sostanza di valore evidenzia questa problematica: la merce è il prodotto di rapporti sociali. Il valore d’uso assume la forma di valore di scambio per poter diventare oggetto della proprietà privata. Giungiamo allora a una prima determinazione: il valore è la sostanza sociale dei prodotti del lavoro in una formazione sociale in cui domina la proprietà privata.

Chiarito il contenuto della sostanza di valore giungiamo alla grandezza di valore. Occorre molta attenzione per evitare la confusione che si è creata su questo argomento, su quella che viene definita la Legge del valore-lavoro. Il maggior contributo teorico riscontrabile nell’opera di Marx consiste proprio nel chiarimento della teoria del valore, ma l’analisi è qui solo ai suoi inizi, e le categorie che si sono fin qui introdotte sono ancora elementari ed astratte. Per chiarire la legge del valore Marx deve elaborare nuove categorie attinenti i fenomeni del plusvalore, del profitto e del prezzo, tutti fenomeni che non sono ancora stati presi in considerazione. Per cui, quando si parla di grandezza di valore a questo grado dell’analisi, lo si fa in modo preliminare.

Si è visto che la sostanza di valore è espressione di una determinata forma sociale, in cui domina l’appropriazione privata. La grandezza di valore non può che corrispondere a questa forma. A questo grado dell’analisi, in cui non si sono ancora presi in esame i rapporti di produzione capitalistici, la produzione si presenta ancora come semplice processo lavorativo e la merce come prodotto del lavoro. La merce è prodotto del lavoro destinata alla appropriazione privata, la sua grandezza di valore corrisponde allora alla quantità di lavoro socialmente necessaria alla sua produzione.

È opportuno specificare meglio a cosa ci si riferisce con i termini quantitativo e qualitativo. Ragionare in termini ‘quantitativi’, quindi con gli strumenti della matematica, presuppone che gli oggetti in studio siano compresi all’interno di un sistema chiuso e stabile, che si traduce operativamente nella assunzione di ipotesi che non devono essere dimostrate. Nella scienza economico ciò vale a dire che il sistema economico ha un suo proprio equilibrio, se non pratico almeno teorico: l’equilibrio economico è l’ipotesi indimostrabile di ogni teoria economica. Pensare in modo ‘qualitativo’ vuol dire che ogni singolo fenomeno è lo specchio in cui si riflette l’intero sistema, che non vi sia cioè una ragione di ordine superiore che vale a giustificare o a significare il singolo caso, perché non sono casi isolati: ogni singolo evento comprende già l’insieme che lo ha determinato. Per la critica dell’economia politica il sistema economico non è altro che il risultato dei rapporti di produzione, e per modificare quello bisogna innanzitutto cambiare questi. La differenza riguarda non la realtà, ma il rapporto con la realtà, le domande con cui la si interroga.

Confusione tra valore e prezzo.

La scienza economica ha sempre confuso tra valore e prezzo. Marx ha corretto gli errori degli economisti classici introducendo una serie di categorie necessarie per esplicare la differenza tra valore e prezzo (distinguendo tra plusvalore e profitto, tra prezzo di costo e prezzo di produzione).

Negli anni ’60 e ’70 del Novecento si è sviluppato un dibattito che ha avuto come esito l’abbandono della teoria del valore. Sulla base del libro di Piero Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci si è giunti alla conclusione:

  1. che è matematicamente impossibile trasformare i valori in prezzi
  2. che non è necessaria alcuna teoria del valore per dimostrare il trade-off tra salari e profitti.

Distinzione tra valore e prezzo.

La produzione capitalistica ha come suo fine non la produzione di valori d’uso ma l’accumulazione di valore, l’aumento del valore del capitale, per questa ragione il prodotto del lavoro è valore. Senza la teoria del valore non è possibile la comprensione teorica del capitalismo.

La teoria del valore non ha come fine la spiegazione del funzionamento equilibrato del capitalismo, ma l’esposizione delle sue contraddizioni, il suo determinare crisi che distruggono ricchezza, la sua natura di sfruttamento e di violenza.

La differenza tra prezzo e valore consiste in ciò: per calcolare il valore occorre presupporre che per produrre una data merce sia possibile stabilire un tempo di lavoro socialmente necessario, il che ovviamente dipende dai processi tecnologici disponibili per quel ciclo produttivo. Per calcolare il prezzo occorre presupporre il saggio generale del profitto, una conoscenza che dipende dalla concorrenza capitalistica, cioè dai rapporti di forza con cui si combatte la guerra economica – e in modo quasi indistinguibile, militare.

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La merce.

La merce è la prima categoria dalla cui analisi inizia Il Capitale di Marx. Nei Grundrisse l’analisi di Marx inizia dal denaro, mentre nei Manoscritti del ’44 si inizia dalla proprietà privata. In tutti e tre i casi la questione è la stessa: mostrare che il valore è una relazione sociale che sovrasta la volontà e la coscienza del singolo individuo e stravolge il senso delle cose. Se la proprietà privata è il presupposto per cui i rapporti umani assumono la forma di rapporti giuridici, in cui i rapporti di potere sono sanciti per legge, resi legittimi, se il denaro è l’oggettivazione di un potere sociale, la merce è la materializzazione del valore.

La distinzione tra sostanza e grandezza di valore è di importanza capitale. Ancora oggi, in molte discussioni di carattere teorico, ci si riferisce al valore come ad una grandezza, ad una misura, mentre ad essere essenziale per la comprensione del capitalismo è che le merci, i prodotti del lavoro umano, e la stessa capacità di lavoro, la forza lavoro, perché possano essere trasformati in oggetti di appropriazione privata, perché possano assumere una consistenza oggettiva e poter circolare liberamente nella società borghese, devono avere sostanza di valore, presentarsi con il loro scontrino. Non occorre pensare che sia del tutto normale che una mela abbia un valore, oltre a quello nutrizionale, e soprattutto non occorre pensare che sia normale che la capacità di lavoro sia una merce ed abbia sostanza di valore.

Per comprendere la merce occorre pensare ad essa come ad una contraddizione. La merce è unità di valore d’uso e di valore di scambio, ma una unità contraddittoria.  In quanto valore d’uso è destinata alla soddisfazione di bisogni, in quanto valore di scambio è depositaria di un autonomo potere sociale. In quanto valore d’uso è prodotto di lavori specifici, in quanto valore è prodotto di quantità di lavoro astratto.

La sostanza di valore delle merci consiste nel loro presentarsi in quanto prodotto del lavoro, qualunque sia il loro valore d’uso. Sulla base della loro sostanza di valore i prodotti del lavoro acquistano esistenza sociale autonoma, creano la circolazione delle merci.

Il rapporto di scambio tra merci esprime il loro valore relativo, la quantità di lavoro socialmente necessaria alla loro produzione esprime il loro valore, nel senso che ne costituisce la misura non solo relativa ma assoluta. Ogni merce ha un prezzo, un valore espresso in denaro.

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Il denaro.

Per comprendere come il valore conquista una esistenza indipendente dalle merci, di cui pure è espressione, è bene procedere dai fenomeni più semplici, dalle funzioni della moneta. La moneta funge da equivalente generale (unità di misura del valore di tutte le merci) e da mezzo di circolazione, che media gli scambi mercantili M-D-M, vendere per comprare.

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Dalla interruzione del processo di scambio, dalla separazione tra M-D e D-M sorge la vera natura del denaro, la sua esistenza indipendente dalle merci: il tesoro, la riserva di valore. Ormai indipendente dalla circolazione delle merci, il denaro, il valore resosi autonomo, diventa il padrone delle merci: mezzo di pagamento. Esso non si limita a mediare lo scambio delle merci ma diventa il suo inizio e il suo fine D-M-D, comprare per vendere.

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Il denaro può allora cedere ad altri il suo potere sul mondo delle merci creando il credito, la circolazione di denaro D-D.

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Il denaro, infine, è denaro mondiale, espressione universale della ricchezza.

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Trasformazione del denaro in capitale.

Se si pone il denaro come punto di partenza della circolazione (D – M – D) si pone il problema di quale merce il denaro acquista. Se il fine dell’acquisto fosse un valore d’uso la questione sarebbe oziosa, ma se il fine è l’accumulazione di valore, ottenere una somma di denaro superiore a quella iniziale, allora il denaro ha solo una merce con cui scambiarsi: la forza lavoro.

Prima che il denaro possa trasformarsi in capitale, in valore che si accresce, il lavoro si è dovuto trasformare in merce, in forza lavoro.

Il capitalismo presuppone un primo processo di espropriazione, in cui i produttori vengono espropriati dei mezzi di produzione e la loro capacità lavorativa si trasforma in merce. Una volta formatosi ed avviato il suo processo di produzione il capitale attua una seconda espropriazione, in quanto il lavoratore deve produrre un valore superiore al valore della sua forza lavoro: il lavoro produce il proprio salario e una eccedenza, il plusvalore.

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La merce e l’età moderna.

L’ambiguità dell’epoca moderna – la cui conoscenza può essere propedeutica alla comprensione dell’economia capitalistica – è esposta nel Trauerspielsbuch di Walter Benjamin, il cui oggetto è il teatro barocco ma la cui materia è l’origine dell’epoca moderna, analizzata nei suoi tratti distintivi, nella prima parte attraverso l’opposizione tra dramma moderno e tragedia antica, in cui si espone la moderna concezione della storia, nella seconda parte con l’opposizione tra simbolo e allegoria, in cui è in gioco la forma dell’espressione. E proprio in questa seconda distinzione assume particolare evidenza l’ambiguità dell’epoca borghese.

Il simbolo, la cui etimologia riporta all’epoca arcaica dei greci, quando le etnie si separavano dando origine al processo di colonizzazione delle sponde dell’Egeo e di parte del bacino del Mediterraneo, denominava un oggetto, una conchiglia, che veniva divisa tra chi partiva e chi restava e la cui futura – eventuale – ricomposizione avrebbe costituito appunto il simbolo  (syn-ballein, connessione) dell’originaria appartenenza comunitaria. Ma già in epoca preistorica, semplici oggetti come anche un sasso, potevano assumere il valore di simbolo, poiché espressione di determinati contenuti, ad esempio di una divinità. Il simbolo è perciò un oggetto che racchiude in sé un preciso significato. Secondo la definizione, ritenuta chiara ed essenziale, di Bachofen “il simbolo riposa in se stesso”: questo determinato oggetto – una conchiglia, un sasso – è espressione di questo determinato contenuto, di questa storia, di questo dio, di questa relazione.

L’allegoria non ha invece alcun significato proprio, il suo significato è quello che gli viene attribuito dal soggetto. L’allegoria è infatti oggetto dell’erudito, esso ha a che fare con la meditazione e con il carattere malinconico. Oggetto per eccellenza dell’arte allegorica è il teschio, un oggetto morto da rigirare tra le mani da una parte all’altra, alla ricerca del significato. Il carattere allegorico dell’espressione moderna, la libera attribuzione di un significato “altro” a oggetti che in sé appaiono come cose morte, è il tratto distintivo dell’ambiguità dell’epoca moderna: l’oggetto in sé significa altro da sé, cioè in sé non significa nulla. Così è per la merce: è altro da sé, è la dissimulazione di un rapporto sociale. Quando si ha a che fare con le categorie dell’economia politica, valore, merce, denaro, capitale, occorre tener presente la loro essenziale ambiguità: esse in sé non significano nulla poiché significano le relazioni sociali di cui sono la dissimulazione, non sono cose ma relazioni.