I presupposti.
Il modo di produzione capitalistico sussume il processo lavorativo al fine di produrre un eccesso di valore. Il processo di lavoro diventa processo di valorizzazione del capitale, accumulazione di valore.
Questa semplice affermazione, che di per sé può apparire anche chiara, presuppone il verificarsi di molteplici eventi. Il suo primo presupposto è che avvenga l’appropriazione di lavoro da parte del capitale. Il capitale acquista il lavoro attraverso uno scambio equo, che risponde alle leggi dello scambio mercantile: il capitalista acquista con denaro il lavoratore vende valore d’uso, la sua capacità di lavorare, la forza lavoro.
In questo scambio si rispettano le leggi dell’equivalenza: il capitalista paga il valore della forza lavoro, cioè della quantità di lavoro necessario a produrre il lavoratore, quello che occorre per vivere da lavoratore. Ad essere rilevante non è l’aspetto quantitativo, quanto vale la forza lavoro, ma quello qualitativo, che la forza lavoro è una merce.
Il processo che trasforma il lavoro in merce, il lavoratore da servo a lavoratore libero che vende la sua merce sul mercato, si chiama accumulazione originaria, e si fonda sulla espropriazione dei mezzi di produzione – in primo luogo la terra comune. Presupposto del modo di produzione capitalistico è la separazione tra lavoro e condizioni del lavoro, la proprietà privata dei mezzi di produzione che rende il lavoratore libero: libero dai mezzi di produzione e libero di vendere la propria forza lavoro.
Socialismo e comunismo.
Su questo aspetto del modo di produzione capitalistico si annidano le ragioni che contrappongono in modo molto polemico Marx al socialismo, tanto al socialismo utopistico di inizio Ottocento quanto al socialismo riformista di fine secolo. Le ragioni di questa polemica risiedono nella confusione tra lavoro e forza lavoro e nella sovrapposizione tra valore del lavoro (ma è corretto dire: valore creato dal lavoro) e valore della forza lavoro.
Nei rapporti di produzione capitalistici la forza lavoro è merce. La quantità di lavoro necessario, il valore di scambio della forza lavoro, è il suo salario, il suo prezzo, la quantità del lavoro erogata nel corso del processo di produzione, eccede il lavoro necessario. Il capitale, utilizzando il valore d’uso della merce forza lavoro, ottiene un pluslavoro eccedente il lavoro necessario. Se si confonde tra valore della forza lavoro e valore creato dal lavoro si smarrisce il nocciolo problematico del modo di produzione capitalistico, il suo essere produzione di valore eccedente, processo di valorizzazione. Il fine della produzione non sono dei valori d’uso, una ricchezza fatta di cose utili, che magari assumono la forma di valori di scambio per poter circolare nella società degli individui proprietari, ma la creazione di ricchezza astratta, di plusvalore. La questione che così si pone non può più essere come distribuire la ricchezza creata, che vorrebbe dire porre un limite alla creazione di ricchezza eccedente, ma piuttosto come produrre un ulteriore aumento della ricchezza. Poiché, come si dovrà infine mostrare, il modo di produzione capitalistico, che pure non ammette limiti, è esso stesso un limite alla produzione di ricchezza, alla forza produttiva del lavoro sociale.
Per i socialisti la questione attiene alla distribuzione: aumentare il valore della forza lavoro, magari fino al limite massimo costituito dal valore creato dal lavoro. Per Marx ad essere problematico è il carattere di merce della forza lavoro, e i rapporti di produzione che ne conseguono. Aumentare il valore della forza lavoro non ne cambia il carattere di merce, e se il lavoro continua ad essere una merce il processo di produzione non può che essere un processo di valorizzazione, dove il lavoro supera la sua misura di lavoro necessario. Per i socialisti l’analisi del capitalismo si conclude nello scambio tra capitale e lavoro, nella compravendita di forza lavoro. Per Marx questo è solo il punto di inizio da cui procede l’accumulazione del capitale.
Relativamente alla questione della distribuzione, il motto coniato da Marx è diverso da quello socialista perché implica non solo un principio di giustizia distributiva ma anche un principio di equità produttiva. Mentre quello socialista è un diritto all’uguaglianza: a ognuno secondo il suo lavoro, quello comunista è un diritto alla diversità: a ognuno secondo i suoi bisogni da ognuno secondo le sue capacità.
Il processo di valorizzazione.
Il capitale acquista forza lavoro perché è interessato al suo valore d’uso, e il valore d’uso della forza lavoro è creare valore. Il processo lavorativo, che crea valori d’uso (che solo in un secondo momento, all’atto dello scambio, assumono la forma di valore di scambio) si trasforma in processo di valorizzazione, nella creazione di plusvalore. Il lavoratore, che ha venduto la sua merce al suo valore, lavora per un tempo pari al tempo di lavoro necessario più un pluslavoro. Si è di fronte ad un apparente raddoppiamento delle categorie, di fatto si tratta della loro trasformazione. Il valore della forza lavoro corrisponde al lavoro necessario in essa contenuto, cioè alla produzione del lavoratore, a ciò che lo rende “libero” di rinnovare quotidianamente la vendita della sua forza lavoro; ma a questo lavoro necessario si aggiunge, nel processo di produzione capitalistico, un pluslavoro. Alla fine del processo di produzione, che è un processo di valorizzazione, si ha un valore superiore a quello iniziale. Quelle che sembravano essere le premesse del modo di produzione capitalistico, ovvero lo scambio di equivalenti, la quantità di lavoro necessario come unità di misura dei valori, l’appropriazione della ricchezza commisurata alla quantità di lavoro, viene completamente sovvertita. La trasformazione del processo di produzione in processo di valorizzazione implica il ribaltamento della legge dell’appropriazione.
ribaltamento-della-legge-dellappropriazione
Dal punto di vista del processo lavorativo avremo da un lato il lavoro vivo, la forza lavoro in atto, dall’altro il lavoro morto, il lavoro passato con cui sono stati prodotti i mezzi di produzione, le materie prime, ecc. Dal punto di vista del processo di valorizzazione avremo il capitale variabile, con cui si è acquista la forza lavoro, e che quindi corrisponde al suo valore, e il capitale costante, corrispondente al valore dei mezzi di produzione.
Il plusvalore.
La trasformazione del processo di lavoro in processo di valorizzazione implica fenomeni del tutto specifici a cui riferirsi con categorie proprie.
Capitale costante e capitale variabile.
Se dal punto di vista del processo lavorativo abbiamo da un lato i mezzi di produzione e dall’altro il lavoro, dal punto di vista del processo di valorizzazione si ha da un lato lavoro morto (lavoro passato con cui sono stati prodotti i mezzi di produzione) e dall’altro lavoro vivo. Il lavoro morto ha valore ma non crea valore, esso è capitale costante; il lavoro vivo crea nuovo valore, esso è capitale variabile.
Il capitalista, mettendo in opera la forza lavoro, ottiene gratis tre differenti elementi del valore che risultano dal processo di produzione: la conservazione del valore del capitale costante, l’equivalente del valore del capitale variabile, il plusvalore.
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Composizione organica del capitale.
Una categoria che avrà un importante ruolo per la comprensione dello sviluppo delle forze produttive è la composizione organica del capitale: con essa si indica il rapporto tra capitale costante e capitale variabile (C/V); corrisponde a quanto capitale costante il lavoro riesce a ‘muovere’. L’aumento delle forze produttive del lavoro si traduce in un aumento della composizione organica del capitale.
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Massa e saggio del plusvalore.
Il prodotto del processo di produzione capitalistico sono delle merci il cui valore è la somma di capitale costante, capitale variabile e plusvalore. Ciò non contraddice la teoria del valore. Il plusvalore non è una entità determinata in modo casuale, ma ha una propria misura intrinseca al processo produttivo, corrispondente ad una data quantità di lavoro socialmente necessario. Ciò che lo distingue dal lavoro necessario – con cui si quantifica il valore della forza lavoro – è il suo non essere retribuito.
La chiara comprensione della natura del plusvalore è di importanza capitale e costituisce di fatto il più rilevante contributo di Marx alla teoria economica. Gli economisti hanno sempre confuso tra plusvalore e profitto, identificandoli. Anche gli economisti classici, che pure assumevano a presupposto delle loro analisi la legge del valore-lavoro, non avevano chiara la differenza tra plusvalore e profitto, mentre per gli economisti neoclassici il plusvalore non esiste e la valorizzazione del capitale, il profitto, è prodotto dal capitale stesso, è remunerazione del capitale, come il salario è remunerazione del lavoro.
È evidente che così perde ogni rilevanza la trasformazione del lavoro in merce, e il modo di produzione capitalistico si assume come condizione del tutto ovvia, non più problematica, e i rapporti di produzione capitalistici come unici ed eterni rapporti sociali. Insomma, la questione non si può risolvere all’interno della teoria economica, poiché non attiene alla comprensione del “normale” funzionamento dell’economia capitalistica, ma deve necessariamente condurre alla critica dell’economia politica, per mettere in discussione le basi del capitalismo e poterne cogliere i limiti.
La massa del plusvalore è quantità di lavoro eccedente, ma eccedente dal punto di vista del processo di valorizzazione, non dal punto di vista del processo lavorativo. Si tratta pur sempre di lavoro socialmente necessario per la produzione di quella determinata merce, ma lavoro non retribuito, pluslavoro sulla cui base si erge l’accumulazione del capitale.
La massa del plusvalore è quantità di lavoro non retribuito. Il saggio del plusvalore è un altro nome del saggio di sfruttamento, pari al rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario.
Plusvalore assoluto e plusvalore relativo.
L’aumento del plusvalore, che è il fine della produzione capitalistica, può avvenire in due modi che, pur non escludendosi a vicenda, hanno un diverso significato in relazione allo sviluppo storico del capitalismo.
Il plusvalore può essere aumentato in modo assoluto, attraverso un prolungamento della giornata lavorativa. Questo modo lascia inalterato il processo di produzione, per cui si parla di sussunzione formale del lavoro nel capitale. Il secondo modo per ottenere l’aumento del plusvalore è la riduzione del lavoro necessario per aumentare la quota di lavoro eccedente. Questa modalità implica un processo di innovazione delle tecniche produttive, ovvero il capitale non si limita a sussumere solo formalmente i processi lavorativi ma ne determina un continuo cambiamento, che si definisce sussunzione reale del lavoro nel capitale.
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Sviluppo delle forze produttive.
La sussunzione reale del lavoro con cui si ottiene un aumento del plusvalore relativo corrisponde all’aumento delle forze produttive. Nel I Libro del Capitale si trovano tre capitoli in cui viene esposta la storia della Rivoluzione Industriale nei suoi tratti essenziali, e la cui sintesi può contribuire ad esplicare la vera posta in palio nello sviluppo delle forze produttive.
Marx individua tre fasi di questo sviluppo:
- La Cooperazione, che consiste nella concentrazione in uno stesso luogo delle forze di lavoro prima disperse nel lavoro domestico o nel lavoro intermittente dei vagabondi; lo sviluppo delle forze produttive è così ottenuto per lo più attraverso la coercizione al lavoro.
- La Manifattura, in cui si introduce la divisione del lavoro; l’aumento delle forze produttive si ottiene con l’intensificazione dee inl lavoro.
- L’Industria, in cui si ha la vera rivoluzione industriale con l’introduzione della macchina operatrice che sostituisce l’operaio; nell’industria il carattere sociale della produzione è reso del tutto evidente dalla totale subordinazione del lavoro vivo al capitale fisso, al processo automatico del sistema di macchine.
Il vero contenuto dello sviluppo delle forze produttive (vero in relazione a quello fittizio di aumento del plusvalore relativo) va colto esattamente nell’emergenza del carattere sociale della produzione e nella contraddizione che così si approfondisce tra produzione sociale e appropriazione privata, tra produzione di ricchezza universale e accumulazione capitalistica.
cooperazione-manifattura-industria
Rapporti sociali e forma di vita.
Il sintagma “rapporti sociali” ha una essenziale ambiguità dovuta per lo più alla sua indeterminatezza. Per la concezione borghese vi è una netta distinzione tra individuo e rapporti sociali: l’individuo entra nei sociali come si entra in un fuori, nell’esterno. I rapporti sociali si possono considerare come un insieme di relazioni in cui sussiste una essenziale differenza tra il tutto e il singolo; se pure il tutto è governato da leggi necessarie, il singolo è soggetto al caso. I rapporti sociali sono perciò il regno della probabilità, del caso statistico. La necessità della legge universale si impone sempre alla massa, mentre il singolo individuo può sempre sfidare il caso.
Per il proletariato che costituisce la massa su cui vige la legge, e che perciò pensa non più come individuo ma come collettività, i rapporti sociali non hanno nulla di esteriore e non sono certo dettati dal caso. Sia quando li subisce sia quando lotta per la loro trasformazione, i rapporti sociali qualificano in modo stringente la sua esistenza che in nessun momento riesce ad entrare in una sfera privata, protetta dai rapporti sociali. Il proletariato riconosce nei rapporti sociali, anziché l’esteriorità della sua vita di individuo, la qualità in cui trascorre la sua esistenza. Essi allora perdono la loro indeterminatezza e diventano chiari, diventano rapporti di produzione capitalistici.
Il proletariato, che non può uscire dai rapporti sociali e restare individuo privato, può solo riconoscersi come individuo sociale, e identificare nelle sue relazioni sociali la sua forma di vita, nella qualità delle sue relazioni la qualità della sua esistenza.