Differenza tra Economia Politica e Critica dell’Economia Politica.
Cos’è la critica.
L’Economia Politica è una scienza borghese, essa intende i fenomeni economici come meri fenomeni oggettivi. I suoi concetti si presentano come nozioni descrittive di stati di fatto oggettivi. La realtà oggettiva si contrappone come mera esteriorità all’esistenza soggettiva, come se ogni esistenza individuale dipendesse solo da quella che viene intesa come libera volontà. Entrambi i lati della relazione, la realtà come oggetto della conoscenza soggettiva e la volontà individuale come principio della vita soggettiva, sono in un certo senso il punto di partenza da cui prende avvio la critica dell’economia politica.
Per il pensiero critico esiste uno scarto essenziale, che riprende almeno in parte quello della filosofia classica tra conoscenza e sapere. Se la conoscenza si riferisce ai fenomeni come a dati di fatto oggettivi di cui ricerca le cause, e così conosce solo il necessario, per il sapere è importante ricercare la verità di cui i fenomeni sono solo l’apparenza, apparenza nel senso neutro di ciò che si da a vedere.
La verità si distingue dalla conoscenza perché essa non è l’esito della distinzione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto, ma ciò che li implica entrambi. Perciò la verità non può presentarsi come conoscenza oggettiva ma come espressione. Espressione di chi o di cosa? Se essa fosse espressione del soggetto la sua differenza dalla conoscenza consisterebbe soltanto nel riferirsi alla volontà, all’intenzione del soggetto, anziché alla sua realtà oggettiva. L’espressione non è espressione del soggetto, poiché il soggetto stesso è per essa un suo fenomeno, una sua apparenza. Il soggetto, così come la sua conoscenza oggettiva, sono l’espressione di una forma di vita.
La concezione materialistica della storia può essere sintetizzata in due suoi essenziali principi: sono gli esseri umani a produrre le condizioni della loro esistenza, gli esseri umani sono l’esito delle condizioni materiali della loro produzione. L’apparente circolarità di questi due principi si scioglie se si introducono due ulteriori elementi: la storia e l’emancipazione. La storia, nella concezione materialistica, ha un carattere dialettico. Essa non indica solo al fatto che esiste un passato da cui discende il presente, ma anche all’idea che ogni singola esistenza ha consistenza storica, fa parte, sia con le sue azioni che con le sue passioni, della storia umana in tutta la sua estensione temporale e spaziale.
È questa l’idea che distingue la coscienza borghese e la coscienza proletaria. La prima è una coscienza individuale che si fonda sulla rimozione della sua dipendenza da condizioni storicamente determinate, la seconda assume la possibilità di modificare queste condizioni come sua stessa premessa, essa si dà quindi come coscienza della vita storicamente determinata.
La critica dell’economia politica è critica a una forma di vita storicamente determinata, di cui il capitalismo è il modo di produzione. La forma di vita borghese è una forma di vita limitata: per la conoscenza, che riduce la realtà ad una oggettività del tutto esteriore e rende il soggetto un vuoto presupposto privo di oggettività; per la coscienza limitata alla manifestazione della volontà individuale; per le sue relazioni intrinsecamente violente con cui si appropria delle forze vitali e produttive. L’idea di emancipazione è dunque l’altro presupposto della critica dell’economia politica, con cui la conoscenza dei limiti di una forma di vita diventa coscienza della violenza che in essa si esercitata. L’emancipazione è infatti emancipazione dalla violenza.
Cos’è il capitalismo.
Affermare che il capitalismo è sempre esistito è funzionale alla conclusione che esso esisterà sempre.
Il modo di produzione capitalistico è storicamente determinato.
Ha un inizio, corrispondente alla formazione della società borghese, in cui domina la proprietà privata.
Ha un decorso storico, consistente nello sviluppo delle forze produttive del lavoro socializzato – in cui il lavoro individuale esiste come elemento del lavoro complessivo.
Ha una conclusione, poiché incorre in una contraddizione irrisolvibile tra sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale e appropriazione privata, diventando un limite all’aumento della ricchezza, causa della sua distruzione.