Gli anni ’70 del Novecento sono stati un decennio in cui si sono verificati eventi che hanno determinato una profonda trasformazione del capitalismo e della società borghese. Negli anni passati sono state prodotte molte analisi per spiegare il passaggio dal fordismo al post-fordismo, e si sono create molte nuove categorie. Solo recentemente si è però giunti a una sintesi, per quanto non esaustiva, che ha prodotto categorie più generali, più comprensive dei fenomeni economici degli ultimi decenni.

Si può provare a sintetizzare questi studi in due titoli:

1. Il capitalismo finanziario come nuova forma dell’accumulazione.

Per comprendere, sia pure a grandi linee, il capitalismo finanziario, più che la conoscenza degli strumenti e delle tecniche dei mercati finanziari, può tornare utile una riflessione sulle trasformazioni del ruolo della moneta e delle politiche monetarie, che si possono far risalire ad eventi accaduti negli anni ’70: dichiarazione di inconvertibilità del dollaro e fine del sistema di cambi fissi, crisi fiscale dello Stato che si presenta inizialmente come crisi fiscale di alcune grandi città statunitensi, sostituzione del keynesismo con il monetarismo come dottrina guida delle scelte di politica economica.

Questi tre eventi hanno segnato il passaggio dalle politiche keynesiane alle politiche neo-liberiste, e alla attribuzione di un diverso ruolo alla moneta. Nelle politiche keynesiane, che sono state utilizzate in un periodo di espansione della produzione industriale e dei consumi di massa, la moneta aveva principalmente la funzione di mezzo di circolazione, volta a favorire gli scambi commerciali; per questo era opportuno poter disporre di un sistema di cambi fissi (che garantisse una certa stabilità nel rapporto  tra le valute) e una politica economica inflazionistica (creazione di moneta e debito pubblico) che scoraggiasse il risparmio, la tesaurizzazione, e favorisse gli investimenti industriali.

L’adozione di politiche ispirate al monetarismo implica la trasformazione del ruolo della moneta, da semplice mezzo di circolazione a merce-capitale, e la trasformazione del processo di accumulazione da industriale a post-industriale o finanziario. La valorizzazione capitalistica non avviene solo nel processo (industriale) di produzione ma anche in quello che, nel linguaggio dell’epoca industriale, era inteso come tempo di non lavoro, come tempo libero o tempo di riproduzione. È stato il movimento femminista che per prima ha posto la questione dello sfruttamento dell’attività riproduttiva, e richiederne il riconoscimento rivendicando il salario per il lavoro domestico e la pensione per le casalinghe.

Quello che per la teoria keynesiana era risparmio sottratto agli investimenti e tasso di interesse che aumentava i costi dell’investimento industriale, si trasforma con la teoria monetarista in capitale-merce, la cui libera circolazione permette di diffondere i rapporti di produzione capitalistici sia estensivamente, con la globalizzazione che dopo il crollo dei regimi socialisti non ha più trovato ostacoli, sia intensivamente, con la sussunzione di ogni attività umana entro i rapporti di produzione capitalistici.

Capitalismo finanziario

Divenir rendita del profitto

 2. Il biocapitalismo come nuova forma dello sfruttamento.

Si comprende allora che i nuovi processi di accumulazione non si limitano più ai processi di produzione materiali, che ha avuto nella grande industria e nella produzione dei beni di consumo di massa il suo acme. Dalla espansione dei processi della valorizzazione emergono anche le nuove forme dello sfruttamento e della sussunzione dell’attività umana nel capitale.

La scolarizzazione di massa e lo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione hanno innovato i processi lavorativi, introducendo nuovi rapporti lavorativi (ad esempio il cd lavoro autonomo di seconda generazione) e ponendo la conoscenza e  la comunicazione come corpo immateriale delle merci, in cui si sostanzia il ciclo produttivo di quello che è definito capitalismo cognitivo. Le competenze intellettuali, linguistiche e relazionali dei singoli lavoratori sono sussunte nel processo della valorizzazione, e gran parte di quelle attività che fino a pochi anni fa si consideravano riproduttive e ricreative (le cosidette produzioni dell’uomo per l’uomo) vengono svolte entro processi di produzione capitalistici, rendendo ormai velleitaria la distinzione tra produzione e consumo, tra tempo di lavoro e tempo libero.

Biocapitalismo

Conclusione.

Se si interpretano questi recenti sviluppi del capitalismo non in modo unilaterale, come approfondimento dello sfruttamento capitalistico, ma in modo dialettico, come approfondimento della contraddizione tra rapporti di produzione e forze produttive del lavoro, diventa possibile cogliere, insieme alle forme dello sfruttamento, la posta in palio delle lotte per l’emancipazione dal dominio capitalistico, dello sviluppo della produzione, della ricchezza e delle forze produttive del lavoro sociale.

L’ipotesi di Carlo Vercellone, il divenir rendita del profitto, condurrebbe a concludere che l’accumulazione capitalistica ha, verso i processi di produzione attuali, un rapporto puramente parassitario, al pari della rendita terriera nei confronti della valorizzazione capitalistica. Una simile ipotesi, per poter vantare una qualche plausibilità, deve presupporre che la ricchezza che oggi risulta dai processi di produzione sia diversa dalla ricchezza astratta, dalla produzione di plusvalore propria del capitalismo. Per quanto appaia irrealistica, quest’idea può forse far emergere un frammento di verità in grado di illuminare la realtà.

Dalle considerazioni svolte è emerso che il modo di produzione capitalistico è in primo luogo sussunzione della produzione di valori d’uso, trasformazione del processo lavorativo, che produce valori d’uso, in processo di valorizzazione, che produce plusvalore. Si può allora ipotizzare che sia in atto un processo analogo, se pure di segno diverso, in cui la produzione di ricchezza astratta viene sussunta entro processi di produzione di natura più ampia, in cui la ricchezza perde il suo carattere astratto di accumulazione di valore a favore di una ricchezza sociale, condivisa, non privata ma comune, non escludente ma includente.

Se a una lettura del genere sembra difficile dare una veste concreta, oggettiva, può forse dipendere più dalla nostra abitudine a ritenere la ricchezza come possesso, che non dalla forma attuale della ricchezza, che se anche continua a presentarsi come valore, come denaro, ha ormai con tutta evidenza la sostanza di ricchezza universale a cui si partecipa o da cui si viene esclusi non per qualche ragione o necessità produttiva, ma solo per nudo e diretto esercizio di potere.

Inoltre, una tale interpretazione implicherebbe anche una più precisa, per quanto indefinita, caratterizzazione dei movimenti che si oppongono ai rapporti di produzione capitalistici. Infatti, se la ricchezza trasforma la sua forma di ricchezza astratta, di valore, lo fa in direzione di una ricchezza in cui le relazioni sociali, che il processo di valorizzazione sussume ed occulta, emergono in primo piano, per cui la produzione perde il suo carattere di legge oggettiva per diventare processo di produzione consapevole, che risponde ai bisogni della società, di individui sociali non di individui privati. Ma la sussunzione della ricchezza universale entro rapporti sociali consapevoli è esattamente il compito svolto dai movimenti. Forse per questo essi non limitano più la loro azione all’emancipazione politica, rifiutano la distinzione tra cittadino e uomo, e lavorano per produrre l’emancipazione umana.

Conclusioni