Limite immanente della produzione capitalistica.
L’accumulazione di valore è il presupposto, il fine ed il limite del modo di produzione capitalistico.
Le categorie fin qui raccolte dovrebbe essere sufficienti per giungere alla definizione della questione che ha fatto da filo conduttore della presente esposizione, vale a dire a cogliere il capitalismo come contraddizione e l’accumulazione come un approfondimento di questa contraddizione. Nelle parole di Walter Benjamin: “L’idea che ci si fa della lotta di classe può trarre in inganno. Non si tratta, in essa, di una prova di forza in cui si decida la questione di chi vince e chi perde, né di uno scontro al cui termine al vincitore andrà bene e allo sconfitto male. Pensare così significa dare ai fatti un travestimento romantico. Perché la borghesia, sia che vinca o che soccomba nella lotta, è comunque condannata a perire dalle sue interne contraddizioni, che le risulteranno fatali nel corso del suo sviluppo. La questione è soltanto se essa perirà per mano propria o per mano del proletariato. Continuazione o fine di un’evoluzione della civiltà tre volte millenaria saranno decise dalla risposta a questo punto.”
La contraddizione del modo di produzione capitalistico nasce dal conflitto tra sviluppo delle forze produttive e appropriazione capitalistica della ricchezza. Si è già visto che il modo di produzione capitalistico ribalta la legge dell’appropriazione, per cui la ricchezza appartiene a chi non lavora.
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L’accumulazione non è altro che un approfondimento della espropriazione di ricchezza, ottenuta attraverso l’aumento delle forze produttive, che riducono il lavoro necessario per aumentare il lavoro eccedente. L’aumento delle forze produttive costituisce tanto il compito storico che il limite immanente del capitalismo.
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Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro, che costituisce il compito storico del capitalismo, se nell’immediato è perseguito allo scopo di aumentare lo sfruttamento del lavoro, costituisce un reale progresso, una reale riduzione della quantità di lavoro necessario e quindi della reale possibilità di trasfornare l’attività umana da una necessità per la vita ad una espressione della vita, in quanto vita condivisa con gli altri e non piú soggetta ad altri.
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Saggio generale del profitto.
La ricchezza capitalistica prende il nome di profitto del capitale, ma la sua origine è il plusvalore. La massa del profitto non è altro che la massa del plusvalore, pari alla quantità di lavoro appropriato senza equivalente. Il saggio del profitto è diverso dal saggio del plusvalore, poiché usa come base di calcolo non solo il capitale variabile ma l’intero capitale (C+V). Inoltre, data la libera concorrenza tra capitali, il profitto viene ripartito in modo equo fra tutti i capitali, dando origine al saggio generale del profitto.
La differenza tra saggio del plusvalore e saggio del profitto e quella tra saggio individuale e saggio generale del profitto sono alla base della differenza tra valore e prezzo, e vengono utilizzati dalla scienza economica per dissimulare la reale fonte del valore, cioè per separare profitto e sfruttamento del lavoro.
Valore, prezzo di costo, prezzo di produzione.
Per chiarire la differenza tra valore e prezzo Marx introduce due nuove categorie economiche:
Il prezzo di costo è il prezzo che si forma tenendo conto dei costi di produzione, cioè della somma di C e V, più il plusvalore. Il prezzo di costo è perciò uguale al valore, con l’eccezione, come si vedrà, delle merci sulla cui produzione grava il pagamento di una rendita.
Il prezzo di produzione è invece pari ai costi di produzione, C +V, più il saggio medio del profitto. Esso è quindi sempre diverso dal valore della merce. Sulla base di questa differenza si ritiene confutata la teoria del valore. Ma il risultato della teoria del valore, ciò che essa deve spiegare, non è l’identità tra valore e prezzo, piuttosto la loro differenza e l’origine del saggio generale del profitto, cosa che gli riesce benissimo.
Dovrebbe a questo punto risultare intellegibile il brano in cui Marx esplicita le ragioni della confusione tra valore e prezzo e il conseguente occultamento del rapporto tra accumulazione del capitale e sfruttamento del lavoro.
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Accumulazione e reddito: la differenza tra profitto e rendita.
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Che la ricchezza capitalistica sia frutto dello sfruttamento, espropriazione, viene ribadito dalla differenza tra profitto e rendita, e ancora più specificamente in quella tra interesse del capitale monetario e rendita.
La rendita è la remunerazione della proprietà privata della terra. Per chiarire la questione è necessario riferirsi al ruolo della rendita nella formazione del prezzo di costo. Come anticipato, il prezzo di costo è pari al valore, tranne per quelle merci su cui si paga una rendita. In questi casi nei costi di produzione figura anche la rendita, ed il prezzo di costo sarà superiore al valore, cioè alla quantità di lavoro socialmente necessario. La rendita è cioè un elemento del tutto esteriore, parassitario, rispetto al processo di valorizzazione, in cui solo il lavoro produce plusvalore.
Tutt’altro per l’interesse sul capitale monetario. Il capitale monetario è merce-capitale, il cui valore d’uso è scambiarsi con lavoro, acquistare forza lavoro per avviare il processo della sua valorizzazione. Esso è già capitale, valore accumulato, lavoro passato nella sua forma di denaro. Al pari di ogni altro capitale, esso trasferisce il suo valore nel processo della valorizzazione, e la sua remunerazione, l’interesse, rientra nei costi di produzione in quanto partecipa del plusvalore creato, dello sfruttamento del lavoro a cui ha contribuito.
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